13 sotto il lenzuolo, di Giuliano Pavone

Colpisce subito in questo secondo romanzo di Giuliano Pavone la crescita della scrittura. E mentre ne L’eroe dei due mari (di cui è appena uscita la versione graphic novel) che c’era piaciuto per freschezza e originalità, la scrittura avrebbe necessitato qua e là di qualche sfrondamento, in 13 sotto il lenzuolo non c’è una parola di troppo e la lettura fila via senza intoppi.

La storia è ambientata negli anni Ottanta, anzi a volere essere precisi nel 1982, all’indomani dei mitici Mundial che ha visto l’Italia calcistica e non solo gioire all’unisono come non è mai più accaduto. Il protagonista è un giovane universitario di belle speranze che, un po’ per sopperire alle necessità economiche della famiglia (nobile, ma caduta in disgrazia) un po’ per non annoiarsi troppo, accetta di lavorare come factotum all’Hotel Paradise di Sprusciano proprio mentre stanno per iniziare le riprese di un film, una di quelle commedie sexy di serie b che avevano imperversato negli anni Settanta, ma che stavano avviandosi al giusto declino.

Tra i protagonisti del film il mitico Lino Banfi, campione di incassi del genere, anche se si intravede sul set una sola volta, e Morena Dani, affascinante stellina in caduta libera di cui il nostro protagonista dal nome altisonante, Federico Nugnes Peluso, si invaghisce. E per conquistarla, insieme all’amico Donato, si inventa un 13 al Totocalcio…

L’inizio è scoppiettante come un Ape car:

“Il sud è un Ape car. Un trerrote. Avanza, sballonzola, sbuffa. Fa pena, fa simpatia, fa ridere. Meticcio e inadeguato: manubrio e meccanica da motorino; telaio obeso, sgraziato, eccessivo. Grosso ma incompiuto, incongruo, asimmetrico. Tre ruote: troppo o troppo poco, vorrei ma non posso, potrei ma non oso.”

Federico torna nel paese natio, Sprusciano, e subito riprende tutte le cattive abitudini che gli studi e il soggiorno milanese non riescono a cancellare:

“E gli avere tornavano tenere. E le g tornavano c: non più cagare ma cacare, non più figo ma fico, e il fico era solo un albero con le foglie a forma di pudenda adamitiche e i frutti che proprio in quel periodo splendevano al sole, verdi o neri, pieni, appiccicosi e sensuali. […] E si ammorbidiva anche il mio senso critico. ”

Il romanzo è costellato di immagini efficaci che sottolineano, in fin dei conti, un unico aspetto: la perdita delle illusioni e dell’incanto. Come quando descrive il circo con “gli occhi di un bambino con un anno di troppo” e in quella descrizione non possiamo fare ameno di riconoscere la stessa sensazione di impotenza:

“Un’estate lo vedi andar via e hai le lacrime agli occhi sopraffatto da quel serraglio esotico e irresistibile: pagliacci esilaranti, fiere salgariane, acrobate che ti turbano anche se non sai bene perché. Un anno dopo sono di nuovo lì ma non sembrano gli stessi: i clown sono tristi ma senza poesie. Le bestie si muovono meccaniche, prive di volontà e dignità. Le acrobate ti turbano ancora ma in modo diverso, decadente come i loro culi grossi nel costumi di strass. E poi, la rassegnazione monocorde del presentatore, la malinconia senza fondo negli occhi acquosi dell’ippopotamo. La fine dell’infanzia è una manata distratta sull’anello della messa a fuoco: il sogno si fa nebuloso, dietro prende corpo l’impalcatura che dovrebbe tenerlo su. Del tendone non vedi più le stelle, solo la polvere. E la puzza che, come polvere, ammanta tutto di realtà”.

E lo stesso discorso vale per il cinema che perde un po’ della sua magia una volta visto da vicino e per la città svelata nel suo squallore dalla “luce tenue e spietata del dopo temporale”.

Giuliano Pavone ci racconta, in maniera leggiadra ma non priva di spunti di riflessione, un’Italia che non c’è più. Un’Italia che sapeva divertirsi e ridere di se stessa, un Italia che avvertiva un forte rumore di sottofondo senza comprenderne la natura: “Era l’eco del mondo. Il Libano, le Falkland, Calvi impiccato, Dalla Chiesa crivellato”.

C’è anche molta malinconia in queste pagine, come quando si descrive l’ultimo bagno di mare (“e da quanto è bello capisci che l’ultimo”) e il viaggio di notte in cuccetta con la “luce che si spegne ma resta sempre un poco accesa, e quella piccola, per leggere, minuscola plafoniera ingiallita con gli insetti morti dentro…”

Tutto il romanzo è puntellato di riferimenti a canzoni anni Ottanta (per entrare meglio nel clima di quegli anni) e miscelato di riflessioni amare sul come nella tradizione della migliore Commedia all’Italiana, quella di Risi e Monicelli, ma anche di Virzì e Soldini (non di Vanzina ed emuli).

L’ultimo capitolo ci svela, trentanni dopo, l’epilogo della storia, ed è come risvegliarsi dal torpore precipitando nel presente, dimenticando velocemente i sogni della notte per scoprire che tutto è cambiato ma che in fondo la sostanza delle cose è la stessa. L’Italia è forse un po’ cresciuta, sicuramente meno ingenua, ma continua a bearsi del suo essere spregiudicata e un po’ cafona e a nutrirsi di falsi miti come in un racconto erotico (ieri il totocalcio e la fenech, oggi le scommesse on line e belen).